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Premiazione Concorso Internazionale di Poesia 2019 - Sedicesima Edizione



 

Per la sedicesima volta in via A. L. Moro 56, nell’accogliente sede dell’Accademia Città di Udine, si rinnova l’appuntamento con la poesia e con l’invenzione letteraria.
Il Premio Internazionale di Poesia è intitolato a “Giulietta e Romeo di Savorgnan” ovvero a Lucina, appartenente al casato friulano dominatore in tempi lontani, e a Luigi Da Porto, elaboratore del tradizionale tema degli amanti ostacolati e infelici in una novella assai diffusa nel Cinquecento, nella quale egli sembra criptare una sua vicenda sentimentale udinese.

Ideatrice e anima del Premio, così come di tutte le proposte culturali di largo respiro che l’Accademia offre ininterrottamente nel corso delle sue attività annuali, è Francesca Rodighiero, illuminata e tenace, generosa soprattutto, nel voler dare concretezza e durata al suo ideale di una comunità dialogante sui temi del nostro vivere, inglobanti ogni ambito del fare e del pensare: la scienza, la storia, l’eticità, le pratiche incombenze, le strutture sociali, l’arte. Di questo vasto impegno, perseguito attraverso una sbalorditiva quantità di conferenze, incontri e dibattiti, sempre qualificati e rispondenti a precisi bisogni culturali, il concorso letterario è il coronamento: esso è anzi il cardine di una strategia volta a potenziare la comunicazione attraverso l’uso affettivo e creativo della parola, resa plastica e coinvolgente dalle risorse della libera invenzione.

Nella presente edizione del “Premio Giulietta e Romeo di Savorgnan” la giuria è risultata composta da Renata Capria D’Aronco, Alberto Frappa, Viviana Mattiussi, Gianfranco Scialino. L’impegnativo e oneroso lavoro di segretario è stato svolto con precisione e solerzia da Bruno Domenico Ciancarella, al quale giurati e partecipanti al certame unanimemente rivolgono il loro apprezzamento e la loro riconoscenza.
Nelle cinque sezioni previste dal bando molti testi si sono rivelati di sicuro valore, sia in ordine ai temi sviluppati che alle soluzioni espressive.

Il premio per la poesia in italiano è stato assegnato a Laura Grusovin con L’approdo, lirica nella cui brevità si espande la vastità di un viaggio interiore che, travalicate le ansie del presente e la durezza del reale, giunge a una meta dove ogni tensione si quieta e la mente si dispone a capire e ad assecondare la sparizione dei contrasti conciliati in una sconfinata pace: “… io contemplo nel luogo degli opposti/ comporsi e scomporsi liquidi equilibri/ ed io così comprendo perché sia tutta pace l’approdo del viandante.”

Il secondo riconoscimento è andato a Bruno Lazzerotti con Quasi all’improvviso, una struggente e severa, delicata e malinconica registrazione del divario mai colmabile tra l’indeterminatezza del desiderio puro e la dura legge del tempo che ci circoscrive e consuma: “… la remota latitudine/ delle chimere/ nascoste al crocevia/ tra il fuori e il dentro del cuore.”
Terzo classificato è Lorenzo Marcolini con Volto di luna: una originale concatenazione di immagini dai contorni netti e luminescenti prelude a un epilogo di ricordi e rimpianti smorzati tra surrealismo e nostalgia: “Non so dove ora albeggi/ e se anche su te/ quel fondo di calice/ spilla ricordi.”


Il premio per il testo poetico in friulano è stato assegnato a Edi Cudicio con Rolls Royce, affettuoso e ammiccante complimento, anzi rinnovata dichiarazione d’amore o ammissione di perdurante incantamento, che ha il suo sotteso modello in una assai nota affermazione popolare: “Oreprisint dopo tancj ains/ tu sês doventade/ un otomobil storic:/ cualchi ciulament/ e la vernîs un ninìn/ scussade./ Ma tu restis sinpri/ une Rolls Royce/ biele di murî.”

Nella prosa la scelta è caduta su Quale verità di Adriano Nascimbeni. Nel racconto, tra scherzo e umorismo a sfondo moderatamente erotico, sotto la superficie del divertimento generato dagli sviluppi di una situazione comica, si toccano i ben impegnativi temi della interpretazione delle azioni e delle intenzioni umane, del gioco delle parti nel processo con lo scontro tra due verità contrapposte ugualmente plausibili, e quello infine della responsabilità e solitudine del giudice. La conclusione, lieve e sorridente, lasciando non detta la sentenza, sollecita implicitamente il lettore a dichiararsi in cuor suo per l’uno o per l’altro dei contendenti prima che il giudice parli: “Il Presidente si schiarisce la voce e legge il dispositivo della sentenza che decide del futuro di Luigi”, ma quel dispositivo ci resta totalmente ignoto.

Nella categoria ragazzi la giuria, pur segnalando Il pittore invisibile di Ambra Gaudino; L’autunno è … di Maria Zoe Dalla Costa; Dea mamma di Ismaele Carint; Come il sole a primavera di Arianna Elisa Oian, ritiene che tutti i partecipanti siano degni di lode e si trovino su di un piano di parità in ordine alle risorse linguistiche manifestate e alle intenzioni fantastiche e metaforiche degli elaborati.

Il testo in lingua straniera scelto dalla giuria è Slowly, slowly, roars the wind di Simonetta Redolfi, che allude alla costruzione della personalità attraverso prove superate e con la tesaurizzazione delle esperienze, giovandosi di un ben calibrato utilizzo delle proprietà ritmiche e delle sonorità marcate dell’inglese: “You remain/ in spite of everything.”

Co calma la parola
e co lisiera!
comò una seda vera,
posagia su la tola.
E l’ha m’ha dà ‘l velen
che me brusa ogni vena
e l’ha m’ha messo in sen
la fiama che me svena.
E gera ciara la matina,
fresca la musica de l’onde,
che ’riveva a le sponde
basàe de la marina.
Con i versi di Biagio Marin, che dipingono la funzione purificatrice della parola, il tormentoso suo darsi, la sua forza forgiatrice e rivelatrice, il suo essere limpida come il cielo e oscura come l’ansante mare, auguro una buona lettura a tutti coloro che apriranno questo libretto e vi indugeranno.

Gianfranco Scialino

  

Risultati del concorso 2019 "GIULIETTA E ROMEO SAVORGNAN" 

Sarà realizzato il libro con la raccolta degli elaborati. Chi è interessato è pregato di prenotare.
Il costo di realizzazione è di euro 12,00.

 

1. SEZ. A (poesia in lingua italiana):
  1° Classificato : 53/A - GRUSOVIN Laura con "L'approdo"
  2° Classificato : 58/A - LAZZEROTTI Bruno con "Quasi all'improvviso"
  3° Classificato : 55/A - MARCOLINI Lorenzo con "Volto di luna"


Segnalati:
  6/A - PIZZOLONGO Patrizia con "Nonna Angela,1918"
  7/A - NASCIMBENI Adriano con "Vino e malinconia"
  45/A - MUZZATTI Silvana con "L'ora della cena"
  61/A - CERNIGOI Claudia con "Il silenzio delle parole"
  85/A - CARDONE Roberto con "Grado"

2. SEZ. B (Poesia in lingua friulana) :
  1° Classificato: 81/B CUDICIO Edi con "Roll Royce"

Segnalati:
  14/B - BRUN Marika con "Lagrimis"
  39/B - ROSSI Aldo con "Flabe dal mali"
  70/B - PAGNUCCO Dani con "Il sel di vierta"
  87/B - SAVORGNAN Chiara con "Tu cressis jentri"


3. SEZ.C (Racconto breve):
  1° Classificato: 79/C - NASCIMBENI Adriano con "Quale verità"

Segnalati:
  12/C - DOSSO Rossella con "La casa giallo zafferano"
  16/C - FABRIS Gaetano con "Un giorno come gli altri"
  52/C - DAL TIO Marzio con "Il sogno ritrovato"
  82/C - PONTONI Tecla con "L'animadella villa"


4. SEZ. D (Ragazzi fino a 18 anni) :
 1° Classificato: 26/D - GAUDINO Ambra con "Il pittore invisibile"

Segnalati:

  24/D - DALLA COSTA Maria Zoe con "L'autunno è....
  66/D - CARINT Ismaele con "Dea mamma
  71/D - OIAN Arianna Elisa con "Come il sole a primavera"


5. SEZ: E (Poesia in lingua straniera):
  1° Classificato: 10/E - REDOLFI Simonetta con "Slowely, Slowely,roars the wind)

Segnalati:
  43/E - AHMED ALI Yasmine con "Se tu mi affianchi"
  44/E - IBRAIM SHIRAB Abdelmaheb con "Ninfa del Mediterraneo"


Premi speciali:
  18 A Cremese Cristian con "riposo"Premio Speciale Giuria.
  35 A :Penso Mara "Una scintilla d'eterno"Premio Presidente di Giuria"
  54 A :Bertoli Giuseppe "La via dell'amore" Premio Accademia Città di Udine"
  86 B: Olivo Rino "Sintile d'amor" -premio Optex.
  59 A: Petris Aurora "A mio padre" premio Abaco Viaggi"
  67 A: Premerl Valentina "Sporgenze " Premio Alle due Palme"


 

 



TESTI 

 


 

1. SEZ. A (poesia in lingua italiana): 

L’APPRODO - GRUSOVIN Laura

Meta
ove enorme si squaglia il Confine.

Specchio dei Cieli
ove metallica s’attiva la luce.

Così, raggiunta la riva, oblio il rosario delle polverose impronte,
sazio l’ascolto d’urlo e sussurro, rantolo e respiro,
cullo lo sguardo tra schiaffi e carezze, rincorse e rinunce.

Così, raggiunta la riva, io non desidero d’esser navigante;
io non desidero;
io contemplo nel luogo degli opposti
comporsi e scomporsi liquidi equilibri

ed io così comprendo perché sia tutta pace l’approdo del viandante.


Laura Grusovin


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QUASI ALL’IMPROVVISO - LAZZEROTTI Bruno

Smotta quest’ora
che allunga il suo confine
nel tempo senza nome dei pensieri
come umile orditura della mente.
Un destino di rintocchi, dissolvenze,
abbozzi informi
appostati all’angolo dell’indolenza
che mendicano
quasi all’improvviso,
quasi per caso,
il rendiconto del giorno,
il vuoto a perdere
dei propositi mancati,
la remota latitudine
delle chimere
nascoste al crocevia
tra il fuori e il dentro del cuore.


Bruno Lazzerotti


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VOLTO DI LUNA -  MARCOLINI Lorenzo

Accade spesso nei pleniluni
che quel sasso nel cielo
inghiotta in splendore
le assassine luci di strada.
Mi sta proprio sopra la testa
e copre il giardino notturno
di contrasti verdi neri.
Da quella maculata luce
affiora un sembiante.
Un volto di giovane donna
e il ricordo di incontri
tra mare e colline.
Non so dove ora albeggi
e se anche su te
quel fondo di calice
spilla ricordi.
Se ti chiamo attorno a un caffè
non è per l’aroma o per compiacerti.
Ma per rammemorare un’ode, un canto.
L’eterno volo che ci attende.


Lorenzo Marcolini


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NONNA ANGELA (1918) - PIZZOLONGO Patrizia

Non ti ho mai conosciuta,
ti ho pensata tante volte...
troppe volte immaginata
tra i grovigli di filo spinato...
tra l'eco delle bombe !

Ti ho immaginata sì...
in angoli polverosi,
tra i rottami ed arcate di fumo
che sapevano di orrore,
di fame, di guerra!

Tra le macerie,
grappoli di stelle
a ventaglio sull'orizzonte...
e, come ciottolo nel fiume, hai temuto
l'onda di fango ...e morte!

Nel tuo ventre...VITA,
cristallo profumato che danzava
nel tuo triste silenzio,
tramonti devastati dalla paura,
notti in agguato!

Ti accarezzava il sole di luglio,
avvolta da immensa tenerezza
generavi una bimba...
le mani a calice in preghiera
e un rosario tra le dita.

Fremito di spari nelle vene,
conforto in un sospiro di speranza
e sotto lo stesso cielo
vita e morte...
preziosa quella piccola vita:
quella di mia MADRE!


Patrizia Pizzolongo


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VINO E MALINCONIA -  NASCIMBENI Adriano

Come Narciso mi specchio
ma in un bicchiere di vino
trema leggera la mano
si confonde lo sguardo.

Son solo in questa notte
fatta di nebbie e di vento
immersa nella tristezza
come una vigna al tramonto.

Son solo con la mia angoscia
solo col mio tormento
con le domande che chiedono
invano una risposta.

Nel sogno il vino si mesce
al sangue del mio corpo
come un’offerta votiva
una visione di vita.

Ma è tardi per la speranza
la bottiglia è finita
e rimane ben poco
anche della mia esistenza.


Adriano Nascimbeni

 


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L’ORA DELLA CENA - MUZZATI Silvana

Quando arrivo li trovo così,
sono i miei genitori:
lui accanto a lei, sulla sedia;
lei nel letto sprimacciata.

E’ l’ora intima della cena,
nemmeno le voci dei carrelli
e dei letti con le ruote
sciolgono il loro muto accordo.

Una cucchiaiata e poi un’altra,
una sorsata d’acqua dalla cannuccia.
Si nutrono di quel silenzio
da sessant’anni alimentato
di parole gridate e piante e sussurrate.

La vita l’hanno guadata insieme.

Li guardo e intenerisco il gesto
col quale sfioro la sommità
del capo e una guancia che ha
fini capelli appiccicati,
mentre lenti i loro occhi si sorridono
sbiaditi.


Silvana Muzzati


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IL SILENZIO DELLE PAROLE -  CERNIGOI Claudia

Frasi e parole vuote
Spezzate dalle ore incalzanti
Emozioni soffocate, silenti,
arrotolate dentro il nostro io
incapaci di uscire e sfiorare la nostra pelle…
voci e suoni muti accecati dal display
di uno smarthphone…
grida di bimbi disperati
tra le braccia di una madre
intenta a spedire sms,
mentre attendono carezze
che non arrivano mai…
emozioni sopite nell’animo
all’arrivo di un bip…chi sarà mai?
L’amico di una nuova chat o
La news di un nuovo sito pubblicitario?
Curiosità malate, ansia di esibizionismo
Ore bruciate freneticamente
E simbioticamente uniti al solo
Dialogo virtuale…
In mezzo a tanta desolazione
Ecco apparire nel silenzio
Della natura, la voce quasi spaurita di
un passerotto che guarda estasiato
un pezzo di cielo azzurro
parte di quell’infinito dal quale siamo arrivati
e al quale ritorneremo…


Claudia Cernigoi


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GRADO -  CARDONE Roberto

Un lembo di terra
immerso d’azzurro.
Ti fanno corona
barene di fiori e d’erbe tenaci,
bianca di santità t’illumina Barbana
mentre alta la guglia
ti indica il cielo.

Attendono il mare le barche,
le reti ordinate,
le cime addugliate
e pigra l’acqua sciaborda
sui legni salati.

Strette le calli
hanno il colore del tempo,
profumo acre salmastro
di vita vissuta ogni giorno
e nuovi ed antichi sapori
trascorrono l’aria.

Case di sasso con scale e finestre fiorite,
un arco,
un passaggio,
si apre un campiello,
si allarga una piazza.

Uno scorcio improvviso
ed a perdita d’occhio
appare il mare,
solenne ed infinito.


Roberto Cardone


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Premi speciali: 
 

RIPOSO -  CREMESE Cristian

A pochi passi dalla stagione rigogliosa,
quando il sole ancora
alto nel tardo pomeriggio,
tra la chioma più alta,
sul suolo d’erbe
dedito al pascolo, chiazze
variopinte, vegetative
intona;

quando il cavo dalla guglia
all’umana desolazione
corrisponde:

da lontano, urla
gaie di fanciulli, di cui l’eco
alle vicine case
emettono,
il mio animo
a loro trasportato, riposo
promette.


Cristian Cremese


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UNA SCINTILLA D’ETERNO -  PENSO Mara

Svaporano i pensieri neri, lenti
svariano nel cielo diluiti in gocce.
Si sfaldano le ansie svanendo al di là
dell’orizzonte indistinto; languida
malinconia, soffusa di sogno,
fra le pieghe dell’anima s’insinua.

E l’anima, arricchita d’infinito,
sfiora i contorni labili d’un sogno
a seguire la rotta delle stelle.

La scia argentata delle comete
mi fa sognare e mi trasporta lungo
sentieri sconosciuti ove l’angoscia
fra spazi siderali si dissolve.

Siamo fatti d’aria e di luce, siamo
pulviscolo d’infinito ed in noi
una scintilla d’eterno risplende.


Mara Penso


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LA VIA DELL’AMORE -  BERTOLI Giuseppe

Era là in attesa del ritorno, 
vai, dove vai non resti!
Nei meandri si rincorre
Il silenzio del pensiero,
esci ascolta il suo dire.
La via eterea del sole
percorre anfratti scoscesi
ti porta là oltre la vista
dove si ricongiunge
l’orbita celeste.
Dai porta il vessillo al riparo
non serve alzare lo sguardo
la vita ha il suo corso,
lo sai, resta in attesa.
      
Giuseppe Bertoli

 


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A MIO PADRE -  PETRIS Aurora

Hai i capelli un po' più bianchi
E quello sguardo ingenuo
Di chi continua a scoprire il mondo.

Quanta sofferenza.
Vorrei potermi sentire libera
Di tenerti qui accanto.

Ridi con me,
Perché la vita noi due la sappiamo afferrare.
Momenti che sfuggono
I tuoi occhi,
Vorrei poterli tatuare


Aurora Petris


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SPORGENZE -  PREMERL Valentina

Tra i singulti rubri
dei cinabri
e dei bruni autunni
l'avvicendarsi,
chiome schernite
dagli schiaffi di bora
piangono foglie
-come figli, i tuoi
caduti in guerra-

prominenze di linfa
stemperate di vita
cedono il fuoco
al corpo impietrito
del carsico suolo.

Forte è il riverbero
riflesso dal vento.
Poliedriche luci
curvano gli angoli
di un tempo
scolpito sul marmo.

Dai custoditi sepolcri
scoperchiano memorie
-hai frapposto tumuli
in terra, di mezzo
a te e il mondo-

appendici
di pudende radici
sterpate nel vespro,
nel rigore
boreale di una sera,
in questa notte di deriva.


Valentina Premerl

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SINTILE D’AMÔR -  OLIVO Rino

Salve tristece,
flôr di famee
finît tun cjanton
di cjase.

Tal sintitî sustâ
si dismôf ne “sintile”
d’amôr che ducj i arbui
dal mont
no bastin a impiâle.

Al prin lusôr
tu, tu vierzis
come petai di rose.

Il vaî, mai sazi
di nulis neris,
al scjampe di te
par puartis e balcons.

Libare,
rosade di colôrs impiâts
t’infont un soreli di pâs.

Maman
Flôr di lûs!

Rino Olivo

SCINTILLA D’AMORE


Salve tristezza,
fiore di famiglia
finito in un angolo
di casa.

Nel sentirti gemere
si desta una scintilla
d’amore che tutti gli alberi
del mondo
non bastano ad accenderla.

Al primo bagliore
ti apri
come petali di rosa.

Il pianto, mai sazio
di nuvole nere,
fugge da te
per porte e finestre.

Libera,
rugiada di colori accesi
t’infonde un sole di pace.

Arrivederci
fiore di luce!


Rino Olivo

 

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2. SEZ. B (Poesia in lingua friulana) :

ROLLS ROYCE -  CUDICIO Edi

Tu ieris come une Rolls Royce,
biele di murî.
La vernîs lusinte perfete
cence un puntin
come une piel di vilût.
Doi lusôrs vêrs
che cuant che mi cjialavin fis
mi incjiocavin.
El cofano daûr
perfet fat cul conpas
taront come un’angurie.
El paracolps denant
biel in fûr
dividût in doi.
Ducj i rumôrs
des rovedis
del mutôr
e ierin une musiche
o un cjiant lisêr
come lis tôs peraulis
co tu fevelavis.
No ierin prufunps
nome un lisêr udôr di net.
Oreprisint dopo tancj ains
tu sês doventade
un otomobil “storic”:
cualchi ciulament
e la vernîs un ninìn
scussade.
Ma tu restis sinpri
une Rolls Royce
biele di murî.


Edi Cudicio


ROLLS ROYCE


Eri come una Rolls Royce,
bella da morire.
La vernice perfettamente lucida
senza un’imperfezione
come una pelle vellutata.
Due fanali verdi
che, fissandomi negli occhi,
mi ubriacavano.
Il cofano posteriore
tracciato perfetto col compasso
rotondo come un’anguria.
Il paraurti anteriore
molto sporgente
diviso in due.
Tutti i rumori
delle ruote
del motore
erano musica
o un canto melodioso,
come le tue parole
quando parlavi.
Non c’erano profumi
solo un tenue odore di pulito.
Oggi, trascorsi molti anni,
sei diventata
un’automobile storica:
qualche cigolio
e la vernice
appena rovinata.
Ma resti sempre
una Rolls Royce
bella da morire.


Edi Cudicio

 

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LAGRIMIS -  BRUN Marika

Lagrimis agris.
Lagrimis par une gjonde
pierdude.
Tu sês lontan,
ce mai.
No tu ridis.
Tu sês frêt
come il to cûr.

O patìs,
par une solitudin
inspietade.

O soi plene
dal nuie.
Dibant,
o cîr la tô man.

Une lagrime
mi bruse
la muse
suturne .


Marika Brun

LACRIME

Lacrime amare.
Lacrime per una gioia
perduta.

Tu sei distante,
come non mai.

Non sorridi.
Sei freddo
quanto il tuo cuore.

Soffro,
di una solitudine
improvvisa.
Sono piena
del nulla.
cerco la tua mano.

Una lacrima
Brucia
il mio viso
triste.


Marika Brun


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FLABE DAL MALI - ROSSI Aldo

Menimi la tô tiere,
il scûr des gnots
tant che conte
cjalde di femine.
Il tasê dal aiar
scjampât vie
ae vôs çondare
de tô int.
Lassant aes stelis
o a voi forescj
il fruiâsi intor
di vieris peraulis,
displatant il rivuart
a celescj vilûts.

Aldo Rossi

FIABA DEL MALI


Portami la tua terra,
il buio delle notti
come racconto
caldo di donna.
Il silenzio del vento
fuggito via
alla voce roca
della tua gente.
Lasciando alle stelle
o ad occhi stranierei
il fruscio addosso
di antiche parole,
scoprendo il pudore
a celesti velluti.

Aldo Rossi


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IL SÊL DI VIERTA -  PAGNUCCO Dani

Sui cuei di Feagna
il soreli
nol va a mont,
intant
li' ombrenis
si slungjn
a tocjâ
altris culinis.
Sot il sêl inflamât
i cuarps a si tòcin
vibrant di emozions
e lizêrs a si poin.
Tal vert
j' lassi
i gne dîs,
tal vert
j' consegni
i pensêrs
content di vê ufrît
un toc da la mê vita.


Dani Pagnucco

IL CIELO IN PRIMAVERA


Sulle colline di Fagagna
il sole
non tramonta,
intanto
le ombre
si allungano
a toccare
altri poggi.
Sotto il cielo infuocato
i corpi si toccano
vibrando di emozioni
e leggeri si appoggiano.
Nel verde
lascio
i miei giorni,
nel verde
affido
i pensieri
sereno di aver offerto
un brandello della mia vita.


Dani Pagnucco


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TU CRESSIS JENFRI -  SAVORGNAN Chiara

Vivarôs sgrisul di gjonde
mi gafe di scuindon
cuant che
di bot e sclop
mi visi che tu ses culì,
e si pant la cussience
che tu vivis dentri di me
dentri i miei budiei cidins,
tal me sanc clip,
tai miei vues garps.
Ti soi scjaipule,
ti soi traclut,
ma un spissul di vite
ti fasarà menâ.
Dome jo o sai
dome tu tu sâs
che o vivin
adun
par la prime volte.
Une promesse smavide,
un glimuç di sperancis
un leam profont
e cence fin.


Chiara Savorgnan


MI CRESCI DENTRO


Vivace brivido di gioia
mi rapisce di nascosto
quando
all’improvviso,
mi sovviene che sei qui
e si manifesta la coscienza
che vivi dentro di me
dentro le mie viscere silenziose
nel mio sangue tiepido
nelle mie ossa acerbe.
Ti sono gabbia,
ti sono segreto,
ma uno zampillo di vita
ti farà germogliare.
Solo io so
solo tu sai
che viviamo
assieme
per la prima volta.
Una promessa leggera
un gomitolo di speranze
un legame profondo
e infinito.


Chiara Savorgnan


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QUALE VERITÀ -  NASCIMBENI Adriano

Dal mio tavolo di giovane cronista volontario, pagato pochi spiccioli ad articolo, guardo i protagonisti di questa strana vicenda che si chiama processo per violenza sessuale.
L’imputato è un pensionato di circa sessant’anni: statura media, viso mite, pochi capelli, pancetta a pera. Non sposato, vive con la sorella, nubile anch’essa. Il classico impiegato di ultima categoria, protagonista di una vita inutile come tante, come la maggior parte delle vite umane, compresa la mia.
La “vittima” è una piacente vedova di cinquant’anni, un po' sovrappeso, ben inguainata in vestiti attillati che ne evidenziano le forme ma purtroppo anche la cellulite. Il volto ha un’espressione dura e decisa, vagamente canina.
A guardarli, sembrerebbe lei la violentatrice e lui il violentato.
Ma sono i fatti oggetto di questo processo che fanno cadere le braccia.
Due anni orsono, una serata conviviale in un modesto ristorante di periferia. Un dirigente della ditta dove entrambi i protagonisti di questa vicenda lavorano offre una cena con ballo per far dimenticare le angherie cui ha sottoposto i suoi dipendenti nel corso di tanti anni.
Dopo mangiato si passa alle danze. A un certo punto l’orchestrina attacca con i lenti, le luci si smorzano e inevitabilmente i corpi delle coppie aderiscono.
Ma d’improvviso si odono delle grida disperate: è la signora Maria che accusa il signor Luigi di essersi sfregato ripetutamente sul suo ventre, visibilmente eccitato e col pene in erezione. Il signor Luigi è paonazzo, suda e singhiozza e nega tutto. Esibisce un pacchetto di fazzoletti di carta che teneva nella tasca destra dei pantaloni assieme a un pettine. Questi oggetti, a suo dire, avrebbero causato a Maria l’impressione di un membro turgido che, attraverso la stoffa dei vestiti, premesse reclamando il suo sfogo.
Un fatterello un po' patetico e un po' ridicolo da cui però è nato un processo per violenza sessuale perché Maria ha sporto querela e ora Luigi rischia una condanna molto pesante, a qualche anno di reclusione per capirci.
Il pubblico in aula è nettamente a favore di Maria. Gruppi di signore e signorine impegnate nelle battaglie per l’eguaglianza dei sessi e per il rispetto delle donne squadrano l’ imputato con odio palese. Suppongo che più di una di loro vorrebbe fare giustizia sommaria, privandolo dell’arma del delitto mediante amputazione. Luigi ha dalla sua solo la sorella, una donnetta rinsecchita e vestita di nero che tiene fra le mani una corona di rosario e prega sottovoce.
Il Tribunale è presieduto da un austero magistrato vicino alla pensione con a latere due giovani giudici di sesso femminile, dall’aria dolce ma determinata.
In casi come questi non ci sono quasi mai testimoni diretti e non coinvolti. C’è la parola della parte lesa contro quella dell’imputato, ma la vittima depone anche come teste e il problema principale consiste nella valutazione della sua

credibilità, in quanto potenzialmente interessata all’esito del procedimento, magari al fine di ottenere un risarcimento in denaro per la violenza asseritamente subita.
Luigi si presenta male, visibilmente agitato e intimidito. Siamo in giugno ma lui indossa l’unico vestito buono che ha, un completo grigio invernale che ricorda il “tragico spigato siberiano” di Fantozzi. Suda e balbetta, anche perché intimidito dai commenti tutt’altro che amichevoli delle signore presenti in sala.
Tuttavia tra frasi smozzicate, singulti, colpi di tosse ecc. Luigi una sua versione abbastanza credibile riesce a darla. Ammette di aver ballato un po' stretto, come è naturale quando l’orchestra suona i lenti ma nega di essersi sfregato in preda alla libidine sulla pancia della signora Maria. Non la accusa di aver detto volutamente il falso ma ribadisce la tesi sostenuta fin dall’inizio cioè di aver avuto in tasca un rotolo di fazzoletti di carta e un pettine che possono aver dato alla sua partner l’impressione di un membro turgido. Poi, a bassa voce e tutto rosso in viso per la vergogna, confessa di essere gravemente ammalato di ipercolesterolemia e di non poter avere rapporti sessuali proprio a causa di questa malattia che gli inibisce ogni forma di erezione.
E così il nostro Luigi, con quell’aria da foca imbranata, ha calato il carico da novanta che può risolvere a suo favore il processo e mettere nei guai la sua accusatrice che ora rischia di finire indagata per calunnia. Ma nel corso dell’udienza le posizioni si riequibrano. Il medico di fiducia di Luigi, chiamato come testimone, conferma la malattia del suo paziente ma, a una precisa domanda del Presidente, afferma sia pure con titubanza che non è del tutto impossibile che Luigi possa avere in particolari circostanze delle fugaci erezioni.
La signora Maria dal canto suo affronta l’esame testimoniale con pacata disinvoltura.
Sostiene di essere sicura di quel che ha provato ed esclude con forza l’equivoco dei fazzoletti di carta e del pettine. Lo sfregamento è avvenuto, ribadisce, ripetutamente e al centro della pancia, mentre detti oggetti potevano trovarsi solo nella tasca destra o in quella sinistra, quindi a una significativa distanza. “Sono stata sposata ed ho tuttora una normale vita sessuale – afferma – e so distinguere fra chi balla in aderenza ma correttamente da un maiale che cerca solo di soddisfare le sue pulsioni sul ventre della sua occasionale compagna”.
“Non ho nulla da guadagnare – prosegue – da questo processo perché l’eventuale somma che mi verrà riconosciuta a titolo di risarcimento danni verrà devoluta alle organizzazioni di difesa della donna. A me deriverà solo una pubblicità negativa, infatti ho già perso l’amicizia di molti colleghi di lavoro che si sono schierati dalla parte di Luigi. Voglio solo giustizia, per me ma soprattutto per tutte coloro che devono subire quotidianamente i soprusi sessuali dei maschi senza poter reagire”.
In gamba la signora non c’è che dire, serena, decisa, determinata.
Le sue fans applaudono freneticamente.
Luigi, in preda allo sconforto, trattiene a malapena le lacrime.
Gli avvocati di entrambe le parti sono giovani e agguerriti, prendono la causa a cuore anche per la pubblicità che potrà derivarne e cercano in tutti i modi di mettersi in mostra e fare bella figura. Quindi si agitano, si indignano, litigano tra di loro sotto lo sguardo ironico del Presidente che non si farà certo condizionare dalle loro esternazioni.
Pronunciate le arringhe e la requisitoria, il Tribunale si ritira in Camera di Consiglio per decidere.
Sento crescere in me un profondo malessere.
La sentenza che verrà pronunciata, penso, non fotograferà una realtà assoluta e storicamente accertata ma si baserà su una ricostruzione virtuale dei fatti, fondata sulle deposizioni delle parti. Sarà decisiva la valutazione, in termini di credibilità, delle affermazioni della signora Maria, a loro volta frutto di impressioni, di sensazioni, di percezioni, forse esatte e forse no, in tutto o in parte.
E su questa base, con un largo margine di possibile errore, si deciderà sulla libertà di un uomo, cioè sul bene più prezioso che che Dio (o la Natura) gli ha donato.
No, non vorrei proprio essere nei magistrati che dovranno decidere un caso così incerto, anche se presumo che, esaminato il materiale di causa con la massima attenzione, sceglieranno serenamente la soluzione che a loro sembrerà più logica e aderente alla realtà processuale quale si è venuta palesando nel corso del dibattimento.
Dover decidere sulla maggiore o minore credibilità delle opposte affermazioni di due persone mai viste prima, cercare di percepirne la genuinità o meno nel breve tempo di una deposizione è impresa assai ardua che richiede una grande sensibilità umana, oltre che sapienza giuridica.
Il campanello annuncia che il Tribunale sta per rientrare in aula. A Luigi tremano visibilmente le mani e si appoggia al suo legale per non cadere. Maria invece chiacchiera amabilmente con le amiche.
Il Presidente si schiarisce la voce e legge il dispositivo della sentenza che decide del futuro di Luigi.


Adriano Nascimbeni


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LA CASA GIALLO ZAFFERANO -  DOSSO Rossella

Il sole sorrideva al giorno e alla pelata di Piero, appoggiato al davanzale con l’avambraccio sinistro orientato in favore del capo. La mano disposta a pugno chiuso sosteneva il carico di ricordi (sbiaditi) e di vuoti (di memoria e di coscienza) che in ordine anarchico si spintonavano nella sua mente: come scolaretti non accuditi al chiuso di un’aula, alla ricreazione. La persiana alzata a tre quarti apriva la finestra sulla campagna, vestita di prati aperti, puntellati sporadicamente da gelsi umili e remissivi, sui quali si adagiavano stormi di passeri intonanti riconoscenti cinguettii in grazia dell’ospitalità ottenuta. Una leggera brezza abbracciava il silenzio della campagna, dove l’odore della terra e dell’erba vezzeggiavano narici ed intelletto.

La casa giallo zafferano si trovava al confine del paese, in una sorta di zona franca tra la vivacità - invero compassata - del vivere comunitario e la pigra tranquillità che colonizzava la natura prospiciente. In quella casa semplice, apparentemente disegnata da un alunno che insegue la disarmante linearità di un righello, Piero ci era nato, salendo i gradini tutti della vita: bambino, ragazzo, uomo e poi anziano. E lì aveva assaporato le fragranze dolci e meno dolci (quest’ultime prevalenti sulla bilancia dei sentimenti) che l’esistenza gli aveva riservato.

Sua madre era morta nel darlo alla luce ed egli aveva pagato a caro prezzo quel pedaggio, manifestandosi irriverente ed irrequieto. Aveva una sorella, Lisa, cresciuta veloce dopo la morte della madre, distante da lui non solo per età (sei anni più grande) ma anche nei modi e nei toni dell’animo: misurata, responsabile, amorevole, gli aveva fatto da madre e da governo. Il padre, muratore, tornava a casa quando il sole aveva assolto al suo dovere d’ufficio: quello di dar luce al giorno. Fiaccato dalla fatica e dagli affanni non aveva né tempo né pungolo per star dietro a Piero che, se non fosse stato per sua sorella, sarebbe cresciuto smarrito: come una nave senza timone, destinata ad incagliarsi nelle secche infide della vita.
Di fronte alla casa giallo zafferano, là dove il prato finisce d’essere prato indossando gli abiti del bosco, fitto di algidi carpini, macchie d’antiche farnie e frassini eleganti, c’era – e v’ è tuttora – una quercia. Robusta come lo sono per definizione tutte le grandi querce, maestosa ed accogliente.

In una serata torrida d’agosto, coccolati dal chiarore della luna, i corpi il figlio del macellaio si intrecciarono all’ombra rassicurante della pianta. Il risultato di quell’incontro fu una mesta, frettolosa cerimonia di nozze, celebrata dal prete prima del sorgere del sole: come per tutti i matrimoni in cui ci fosse già un bambino. Così Piero si ritrovò smarrito, insubordinato e ribelle finché, chiamato ad assolvere al servizio militare, la sua naturale inclinazione all’indisciplina si rinvigorì vieppiù. In seguito s’era rotto la schiena lavorando da bracciante per trovare inaspettata serenità in Celestina, sua moglie: una ragazza semplice, dai modi gentili, che lo prese per mano senza fargli rimpiangere l’ostentata libertà.

Venne ricacciato nel gorgo della rabbia, proprio quando la vita gli mostrava una delle sue facce più belle: quella raffigurante le tinte accese dell’amore e della complicità di una donna cui destinare i sentimenti rinserrati troppo a lungo nel cuore.

Una sera d’inverno. Dicembre. Una stanza d’ospedale. Piero accarezzava teneramente la fronte di Celestina, smarrita nell’oblio dell’incoscienza. Egli confidava, aggrappandosi all’appiglio precario della speranza, che potesse comunque ridestarsi per sorridere nuovamente: ad egli stesso e alla vita. Ma Celestina chiuse gli occhi. Per sempre.

Da allora Piero s’ era isolato in sé stesso e nella sua casa, elevata a presidio di un malessere che rifiutava caparbiamente di condividere. Una volta al mese inforcava la bicicletta, mulinando sui pedali gracidanti quanto un ranocchio col muso fuor d’acqua, per recarsi a riscuotere la pensione; una volta a settimana lo stesso gracidio lo accompagnava all’alimentari, per fare la spesa. Una mattina la bicicletta si ammutolì sulla piazza del paese. Piero ne impugnava il manubrio, gravandolo ingenerosamente di tutto il peso del suo corpo. Stette a lungo in quella posizione, con lo sguardo ancorato nel vuoto e gli occhi spersi nella ricerca di qualcosa o di qualcuno che rispondesse al suo inespresso richiamo d’aiuto. Fu riaccompagnato a casa.

Da qualche mese una nebbia fitta - come quella che sorgeva facile e sudicia, rendendo immacolata la campagna – s’ era insinuata rapida nella mente di Piero. Il quale stava perdendo inesorabilmente bussola e coscienza: piccole dimenticanze fattesi mano a mano più importanti; ricordi che si andavano smarrendo in quella bruma subdola ed inaffidabile in cui si era inoltrato sino a non riconoscersi più. Da allora un viavai di assistenti sociali, domiciliari e di furgoncini con pasti precotti stava prendendo a spallate la quiete che aveva avvolto fino ad allora la casa.

Anche quel pomeriggio Piero stava aspettando che il sole si congedasse dal giorno quando un uomo e una donna abbassarono le persiane, dopo aver ritirato lo zerbino verde muschio steso sul davanzale. Uno dei due – chi, non importa - spense la luce e diede due giri di chiave alla porta. Poi un’auto bianca si allontanò portando con sè un bagaglio carico di vestiario. E di ricordi pesanti una vita. Piero sedeva sul sedile posteriore. I pioppi snelli e compassionevoli accompagnavano dal ciglio della strada il passaggio dell’auto, consapevoli che, nella casa giallo zafferano, l’anziano non vi avrebbe fatto ritorno. Allora, il Signore appoggiò le sue mani pietose davanti agli occhi di Piero, cosicchè egli, di quell’evento definitivo, non ne ebbe consapevolezza. Alcuna.

Ci vorrebbe una fine: questo rivendica verosimilmente il lettore. Nel senso che si aspetta di conoscere dove sia finito Piero, se, come e per quanto tempo egli sia vissuto. Ma il lettore stesso sa - non può non ipotizzarlo - come si concludono queste storie. E l’inoltrarsi nell’intreccio dei dettagli potrebbe rappresentare un’irriguardosa, gratuita esternazione di quanto il destino possa essere - talché lo rappresentò un politico del secolo andato - “cinico e baro”. Ecco perché chi scrive non intende addentrarsi più nel profondo. La vicenda di Piero è speculare a tante altre che quotidianamente sferzano le menti e i sentimenti di donne, uomini e dei loro cari. Come la bora cattiva ad inverno inoltrato.

Si testimonia peraltro che sui confortevoli e sonnolenti gelsi, intercalanti il monotono pianeggiare della campagna, i passeri continuano ad adagiarsi compiaciuti, muovendosi svelti tra i rami glabri. Che a primavera sui prati ancora poco inariditi un venticello tiepido accarezza primule e viole lasciando il campo, in autunno avviato, allo scontroso tramontano. Il quale solleva polvere, foglie ed aneliti di un pasto caldo e di un focolare acceso. E che la nebbia continua a cingere tra le sue braccia infide e lattescenti la casa giallo zafferano, ovvero quello che di essa il tempo e l’incuria inesorabilmente ce ne consegnano. Lo farà in aeternum.


Rossella Dosso


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UN GIORNO COME GLI ALTRI -  FABRIS Gaetano

In questi giorni mi è preso quello che in gergo si dice “i cinque minuti” e ho deciso di scrivere un racconto personale che spero faccia sorridere così come diverte me quando per qualche ragione mi riappare nella memoria.
Era l'anno 1979 verso la fine di ottobre, io allora avevo vent'anni lei diciotto, era il tempo dei pantaloni a vita bassa e a zampa di elefante, dei capelli lunghi ed il colore verde scuro era di gran moda. Ormai da parecchi mesi facevamo coppia fissa secondo i canoni rigidi di allora.
La sua famiglia aveva iniziato a trasferirsi dalla piatta bassa friulana alle dolci colline del Friuli pedemontano, anzi parte della famiglia viveva ormai da settimane sul crinale, mentre Adelina e suo padre, per non so quale ragione, continuavano ad abitare nel vecchio appartamento. Era un piccolo locale al primo piano, a fianco ad una statale alquanto trafficata, conficcato tra lunghi capannoni industriali connessi fra loro in modo asimmetrico. Un grosso tiglio nel bel mezzo di una aiuola spartitraffico le faceva da giardino e ne ingraziosiva l’aspetto. Veramente uno strano posto per avere una abitazione e ancor di più per far crescere una famiglia. Al tempo lei minuta e riccioluta gioviale ed espansiva frequentava l’ultimo anno di superiori, mentre io alto magro, taciturno ed ambizioso mi preparavo per gli esami universitari della sessione autunnale.
Nel lontano 1979 eravamo giovani, eravamo belli, eravamo la coppia “in” del piccolo
paese che se da un lato ci faceva sentire speciali dall’altro come contropartita ci metteva costantemente sotto scrutinio da parte di tutta la comunità.
Il padre aveva fissato la data del trasferimento finale per i primi di novembre. Le giornate erano così scandite: Sveglia al mattino presto, breve colazione, far sicuro che la figlia prenda la corriera che la portava a scuola e poi via di corsa ad incontrare il resto della famiglia e a lavorare nella nuova casa. La sera poi ritorno all’appartamento alle sette esatte mentre lei tornava a casa nel primo pomeriggio con la solita corriera.
Morale della favola potevamo finalmente passare interi pomeriggi assieme senza la presenza di sorelle curiose fratelli fastidiosi e genitori apprensivi.
La prima settimana se ne andò dolcemente ma all'inizio della seconda ci giunsero strani mormorii e commenti sul perché trascorrevamo tutto il pomeriggio a casa.
Ci rendemmo subito conto che quel chiacchiericcio avrebbe prima o poi trovato la strada che porta alle colline mettendo così sicuramente fine ai nostri incontri. Onde evitare sgradevoli conseguenze decidemmo di cambiare strategia, per prima cosa, andandola a prendere direttamente a scuola e per seconda parcheggiando la mia
macchina lontano in uno stallo confusa fra quelle degli operai ed impiegati. Con questi due semplici accorgimenti eravamo fuori dal radar e al sicuro da ogni sorta di maldicenze e pettegolezzi.
Finché’ un giorno accadde che: era un tardi pomeriggio di una giornata fredda e umida aveva piovuto a sprazzi per quasi tutto il dì, noi come al solito eravamo lì su in casa da soli. Ad un certo punto passate le cinque sentimmo suonare il campanello, furtivamente guardammo fuori e vedemmo che era un amico del padre, sapevamo che dovevano incontrarsi per le sette e pensammo che probabilmente aveva sbagliato l’ora dell’appuntamento.
Decidemmo così di non aprire e di aspettare che se ne andasse per poi salutarla e tornarmene a casa. Purtroppo non se ne andò anzi dopo un po’ a lui si aggregò un altro collega e anche lui si alternava nel pigiare l’interruttore del campanello.
Le luci in casa erano accese e questo dava loro una ragione in più’ per persistere ed insistere. Il panico aveva cominciato ad aleggiare tra noi, ci sentivamo in trappola; questi proprio non volevano andarsene, dopo una veloce ricognizione della casa ci accorgemmo che l’appartamento non ha altre vie di uscita praticabili se non la porta principale. Dovevamo uscire da lì e non avendo risposto subito ci avrebbero massacrato con battute sarcastiche e tendenziose su come mai non avevamo aperto subito e naturalmente, la cosa ci preoccupava perché tutto sarebbe giunto alle orecchie della famiglia.
Il tempo passava inesorabilmente ed altri raggiunsero i due che bivaccavano davanti all’androne di casa. A questo punto ci sentivamo persi ormai l’unico pensiero che dominava la mente era quale sarebbe stata la punizione che avremmo ricevuto, per quanto tempo ci avrebbero separato e chissà forse sarebbe stato per sempre. Più passava il tempo più l'angoscia e lo sconforto cresceva.
Eravamo disperati, sentire il suono del campanello era una persecuzione una fitta continua, quel rumore irritante logorava i nostri nervi, passeggiavamo avanti ed indietro come animali in gabbia alla disperata ricerca di un pertugio di qualcosa che ci facesse uscire da quella situazione.
All’improvviso ci venne una idea: perché non proviamo a smontare il campanello? Così presi il cacciavite e affannosamente lo aprii, l’interno era un crogiolo di fili e bobine, mi sentivo come uno che stava disinnescando una bomba non sapendo che filo tagliare, ne scelsi uno il più grosso lo recisi ed iniziammo ad aspettare trepidanti. Dopo una decina di minuti di silenzio assoluto convenimmo che lo avevamo staccato dal circuito.
A questo punto ci sentivamo sollevati perché eravamo in possesso di una labile ma giustificata scusa: non abbiamo aperto la porta perché non abbiamo sentito suonare. Resta il fatto che avremmo dovuto uscire e affrontare i sarcastici e allusori commenti e mentire credibilmente di non aver sentito nulla. Ci venne l’idea poi che forse avrei potuto nascondendomi da qualche parte all'interno dell’appartamento per poi svicolare inosservato quando tutti erano saliti al piano, ma quella piccola casa incastonata tra le fabbriche era un fortino inaccessibile con una sola via di entrata ed uscita visibile da tutte le stanze.
Intanto il tempo passava inesorabile e noi eravamo bloccati sempre lì su. Erano quasi le sette e bisognava prendere una decisione ed agire di conseguenza. Così mesti e intimoriti scendemmo le scale con l’idea di affrontare il crogiuolo di persone davanti alla porta d’ingresso quando notammo riflesso sullo specchio posto a fianco della rampa, una porticina che dava al sottoscala. Quella porticina forse avrebbe fatto al caso nostro. Lentamente senza far rumore ci avvicinammo e con cautela la aprimmo.
L’interno del sottoscala era angusto basso e pieno di cianfrusaglie lì accatastate da tanto tempo. Con attenzione spostammo parte di quella paccottiglia ricavando un piccolo spazio dove potermi intrufolare. Ci guardavamo e ridevamo per la situazione per molti aspetti imbarazzante e comica ma eravamo contenti forse avevamo trovato la via di scampo. Alla fine mi sedetti accovacciato su un vecchio bidone di colore, lei mi dette un bacio furtivo e lentamente richiuse la porta. La stanzetta di colpo si fece buia, ascoltai poi i suoi passi felpati raggiungere il piano superiore. Non so quanto tempo stetti in quel piccolo bugigattolo buio e maleodorante ma mi sembrò un'eternità.
Fuori dalla porta il numero delle persone infreddolite che aspettavano il padre era salito a sette e si sentiva che cominciavano a spazientirsi per essere stati costretti ad aspettare fuori al freddo nell'androne di casa. Ad un certo momento li sentii iniziare ad agitarsi e infatti il padre puntuale come sempre si presentò alla porta sorpreso dal fatto che lo aspettavano lì fuori, chiese come mai non fossero entrati, e mentre infilava la chiave nella toppa chiamò a gran voce la figlia. Aveva un timbro di voce leggermente alterato che nascondeva anche un senso di preoccupazione al pensiero che non fosse a casa.
Sentita la voce Adelina uscì fuori sul ballatoio delle scale e gli chiese mentendo spudoratamente come mai la chiamasse. Un coro di voci da dietro intimarono “abbiamo suonato il campanello per tutta la sera” e lei con voce suadente disse “ma io non l’ho sentito” alcuni di loro allora per dar forza alle loro affermazioni iniziarono ad accanirsi sull’interruttore ma nessun suono si udì. A quel punto Qualcuno affermò “il campanello è rotto” e la tensione che si era creata svanì in un attimo.
Io nascosto nel sottoscala stavo lì ascoltando i discorsi terrorizzato dall’idea che a qualcuno gli venisse la folle idea di aprire la porta del sottoscala. Li sentii camminare con passi pesanti sopra la mia testa ed ascoltai anche le battute e le frasi da caserma che si scambiavano che mi confermava che se fossimo usciti e se li avessimo affrontati ci avrebbero letteralmente trucidati. Stetti lì nascosto ancora un po’ finché’ sentii i passi di lei che correva giù dalle scale. In un battibaleno mi aprì la porta, mi prese per mano e mi accompagnò velocemente fino all’ingresso, mi staccai da lei, e saltai di corsa i tre scalini e via, ma quando stavo per dileguarmi nel buio del parcheggio mi bloccai di scatto, mi voltai e mi fermai a guardarla. Era lì ancora ferma appoggiata alla porta, ci guardammo intensamente negli occhi per qualche secondo fino a che scoppiammo in una fragorosa e liberatoria risata. Durò poco, in un attimo mi volsi e ripresi correndo la via per raggiungere la macchina.
Cosa mi è rimasto di questa innocente storia di tanti anni fa;
per primo direi che la vita ti riserva piccole emozioni che ti restano impresse nella tua memoria e che ti fanno sorridere ogni volta che riaffiorano; che amare e innamorarsi è il sale della vita; che frequentare la persona giusta al tempo giusto ti stimola e ti fa amare la vita per quella che è; che bisogna affrontare i problemi subito e non pensare che se vadano via;
che una via di uscita in certe circostanze si può sempre trovare; che, anche se, il tempo passa e le proprie storie cambiano un bel sorriso non si dimentica; ed infine che se si sta seduti, stretti uno vicino all’altra, leggendo, nel mio caso un libro sulla storia dell’urbanistica inglese di fine 800 potrebbe affascinarti come fosse un best seller.


Gaetano Fabris


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IL SOGNO RITROVATO -  DAL TIO Marzio

L’ultimo barlume di coscienza lo aveva abbandonato a notte fonda assieme al pensiero di lei e si era svegliato col solo ricordo di una telefonata.
Aveva sognato o meglio l’aveva sognata come spesso ancora succedeva, a distanza di un anno da quando si erano lasciati.
A parte quella telefonata, per quanto si sforzasse, del sogno non ricordava altro.
Si alzò che era sudato fradicio senza sapere se attribuirlo al caldo afoso di quella notte di luglio o a qualcosa che era avvenuto nel sogno.
Fuori albeggiava e si udivano solo gli strilli rauchi dei gabbiani e il tubare lamentoso e ossessionante di una tortora.
Dopo essersi fatto una doccia andò in cucina a prepararsi un robusto caffè.
Prese uno dei suoi vinili preferiti, lo adagiò sul piatto dello stereo, posizionò il braccio e fece calare la puntina sul brano che adorava più di ogni altro: “Romance” Op. 6 – n°1 per violino e pianoforte di Sergej Rachmaninov.
La musica lo aiutava a concentrarsi e soprattutto era una buona medicina.
L’odore del mare e del pesce appena scaricato al porto raggiungevano le sue narici, mescolati, attraverso la finestra aperta sul blu.
La lieve brezza, che dal golfo saliva fin sulla costa, concedeva una tregua in quella che le previsioni meteorologiche annunciavano come un’altra soffocante giornata intrisa di calura e umidità.
In piedi, affacciato alla finestra sul mare, sorseggiava il suo caffè e rifletteva sul significato di quella telefonata arrivata nel sogno.
I suoi sogni avevano la dimensione della realtà.
Quando sognava, le sensazioni emotive e fisiche erano tali che gli ci voleva un po’ di tempo per distinguerle dalla realtà.
“Ciao. Ci vediamo? Fra due ore in biblioteca”.
La sua voce, leggermente nasale, non ammetteva repliche; riagganciando senza permettergli di replicare aveva già risposto per lui.
Perché telefonargli a distanza di un anno?
Riflettere su quella telefonata gli permetteva di continuare a pensarla, ma era imperativo recuperare tutto il sogno per stare con lei.
Il giorno che si erano lasciati aveva seriamente pensato che non l’avrebbe più rivista e aveva cercato, nei giorni e mesi a seguire, di farsene una ragione per quanto tutto gli sembrasse assurdo.
Il loro incontro era avvenuto casualmente otto anni prima. Lui la notò al tavolino di un bar, sola, e rimase attratto dall’espressione triste e malinconica del suo viso.
Si avvicinò come spinto da una forza invisibile e, senza chiederle il permesso, le si sedette di fronte.
La guardò e le chiese: “Cosa c’è che non va?”.
Lei posò i suoi occhi nei suoi. In quell’istante lui si rese conto di essere caduto in trappola.
Cominciarono a raccontarsi. Lui docente universitario di astrofisica, lei di lettere, qualche storia andata male alle spalle. Pensò che un connubio migliore fra stelle e parole non potesse esserci.
Aveva avuto altre relazioni in passato, ma tutte si erano presto esaurite. Si rese conto di aver confuso il trascorrere di un tempo felice, il desiderio e l’attrazione fisica con l’amore.
La donna che aveva davanti gli apparve diversa da quelle con cui aveva vissuto.
Li unì l’intimità che riuscirono a costruire insieme, ciò che li legava però nel profondo erano i dolori, le delusioni e le sofferenze del passato.
A differenza delle altre donne, lei gli entrò nella mente e gli si avvitò definitivamente nel cervello. Questo faceva la differenza e lo rendeva consapevole di amarla come mai aveva amato.
A volte lei aveva cercato di allontanarsi da lui.
La dipendenza che si era venuta a creare fra loro la spaventava. Tanto si sentiva alle stelle quando stava con lui quanto, a volte, si sentiva minacciata nella sua libertà, pur continuando a vivere in case diverse. D’altra parte la faceva tremendamente soffrire l’idea di rinunciare per sempre a quella sintonia.
Succedeva anche che, senza rendersene conto, fosse lui ad allontanarsi.
Tutto ciò era stato causa di periodiche burrasche, ma la determinazione di lui nell’andare a riprenderla e la complicità del cuore di lei, avevano sempre avuto la meglio.
In realtà le loro separazioni non erano mai durate più di qualche ora o un giorno al massimo. Finivano sempre per riabbracciarsi e unirsi più forte di prima, in un crescendo osmotico continuo.
Il giorno del loro addio, lei lo chiamò per dargli appuntamento al bar del primo incontro.
La trovò seduta allo stesso tavolo, incupita e determinata.
Gli disse che per loro non c’era futuro, non si sentiva di costruire una vita con lui e non lo riteneva neanche capace di esserle amico e aiutarla, era meglio per entrambi finirla lì.
Si alzò e se ne andò. Lui aveva imparato che, se una donna parla guardandoti negli occhi, ma subito dopo distoglie lo sguardo, quel che dice non corrisponde veramente a quello che sente. Ciò nonostante non reagì e la lasciò andare. Se la amava veramente, e davvero voleva il suo bene, non poteva esserci altra scelta.
Quell’anno evitò accuratamente i posti che erano soliti frequentare insieme.
Ora era lì, davanti al mare, a fantasticare su un sogno. “Ciao. Ci vediamo? Fra due ore in biblioteca”.
Cosa mai l’aveva spinta a telefonargli per rivederlo?
Uscì in terrazzo e guardò lontano il complesso settecentesco a pianta quadrata cava, dove si trovava la biblioteca. A poco a poco il sogno riaffiorò.
Ricordò che nel sogno si era posto la stessa domanda e dopo innumerevoli supposizioni, aveva deciso che l’unica cosa che gli rimaneva per saperlo era andare alla biblioteca.
Si presentò all’ingresso due ore dopo, come lei aveva stabilito.
La bibliotecaria, un’anziana maestra in pensione, gli rivolse un largo sorriso. “Sono contenta di rivederla, è da un bel po’ che non viene. La signora la sta aspettando nella solita stanza”.
Lui ricambiò il sorriso e rispose: “All’incirca da un anno. Grazie”.
Improvvisamente fu colto dall'impulso di tornarsene indietro, ma ormai la bibliotecaria lo aveva visto, lei lo avrebbe saputo e avrebbe fatto la figura del codardo. Così smise di dare ascolto al tumulto che lo scuoteva e s’incamminò verso la stanza dove lei l'aspettava.
Era una piccola sala che poteva essere riservata su prenotazione. Una parete era occupata da un'ampia vetrata che dava sul giardino interno. Rivolto col lato corto verso la finestra, stava un tavolo di mogano circondato da una panca.
Dai bordi del giardino partivano quattro vialetti che confluivano in un pozzo centrale e delimitavano quattro aiuole coltivate a rosai ed altre rare e bellissime piante.
Lei era seduta sulla panca e guardava fuori dalla vetrata.
Lui andò a sedersi davanti. Rimasero a guardarsi per un po’ senza parlare.
Poi lei rivolse lo sguardo verso il giardino e gli chiese: “Vedi anche tu quello che vedo io?”. Guardò. Sbalordito non credeva ai suoi occhi: nelle aiuole giacevano i loro vestiti, quelli che indossavano quando stavano insieme nelle estati, inverni, primavere e autunni che avevano vissuto.
Ogni angolo del giardino portava i colori di una stagione.
Lei distese le braccia sul tavolo e rivolse il palmo delle mani verso l’alto.
Lui posò sopra le sue.
Ancora una volta bastava si toccassero perché ogni interruzione di tempo sparisse.
Si abbracciarono e rimasero stretti a lungo.
All’improvviso lei gli sussurrò: “Ci sentiamo”. Si alzò e se ne andò.
Quando avrebbe risentito la sua voce? Quando e dove l’avrebbe rivista?
I vestiti erano spariti e il giardino aveva ripreso la sua naturale e tipica veste estiva. Per ora bastava così.
Il suono di un clacson lo riportò alla realtà. Essere riuscito a ricordare quel sogno lo rendeva triste e contento al tempo stesso.
Non aveva nulla da fare quel giorno. Posata la tazza di caffè nel lavello si accingeva a uscire per andare al porto, quando il telefono squillò.
Lo lasciò suonare a lungo, poi si decise e alzò la cornetta.
Solo un’illusione. Sua madre gli telefonava per lamentarsi del fatto che non lo vedeva da giorni. Riagganciò senza darle ascolto.
Tempo qualche secondo e il telefono squillò di nuovo. “Senti mamma ...”, ma non ebbe il tempo di finire la frase.
“Ciao. Ci vediamo? Fra due ore in biblioteca”.


Marzio Dal Tio


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L’ANIMA DELLA VILLA -  PONTONI Tecla

Incantata.
La facciata della villa seicentesca si lascia ammirare come una ragazza dalla bellezza quieta, nel tardo pomeriggio di una domenica estiva.
Lo splendido giardino all’italiana ricama lo spazio antistante, i ghirigori delle siepi di bosso seguono il disegno del loro primo giardiniere.
Un gruppo di turisti austriaci di mezza età si attarda a fare fotografie, a commentare, a guardare ancora con ammirazione la bellezza serena e maestosa di quella costruzione scenografica.
Sollecitati dalla guida sciamano poi verso l’uscita, seguendo il percorso a zig zag imposto dalla disposizione delle aiuole.
Silenzio, solo il pigro ronzio degli insetti che volano tra i fiori.
Martina arriva, come sempre accarezza con lo sguardo la dolcezza del luogo, ogni pomeriggio gode del silenzio ritrovato mentre inizia il giro per chiudere la villa.
Passa accanto a una delle vasche che ornano il giardino, con i pesci rossi che, quando diventano troppo grandi per nuotare nella boccia di vetro, vengono portati lì dai bambini che abitano in paese.
Ogni tanto qualche bambino viene a salutare l’amico con le pinne e Martina, indicando un pesce a caso assicura che sì, è proprio lui il suo amico speciale, così, dopo averlo guardato con occhi adoranti, il bambino corre via gioioso.
Martina ci sa fare con i bambini, adora renderli felici.
Si dirige prima verso la porta centrale che si affaccia sul giardino, entra nell’atrio, controlla velocemente che tutto sia in ordine, poi passa in successione tutte le ampie stanze che sembrano rincorrersi, disposte come sono in successione, come signore fiere nell’esibire i loro mobili antichi ricchi di intagli, i ninnoli preziosi e i lampadari opulenti, i libri nella vezzosa biblioteca.
Una ostentazione di ricchezza e di potere del tempo passato, un lascito di cultura per i posteri.
Mentre percorre il salone centrale un piccolo brivido, si sente osservata da tanti occhi, la seguono…..sono gli sguardi severi degli antenati della casata nobiliare che osservano il presente dall’alto dei ritratti di famiglia.
Martina pensa a quello strano effetto, ogni giorno è così, quando passa davanti a loro.
Prosegue nel giro, tutto in ordine, tutto come sempre.
Allineati lungo il viale principale, su entrambi i lati, ammira le belle piante di limone che si concedono ai visitatori con i loro frutti gialli come piccoli soli.
Anche qui una dimostrazione di opulenza, i grandi vasi di coccio che li contengono riportano lo stemma della casata, particolare che Martina notò fin dalla prima visita al giardino.
Lungo un lato della villa è situata la limonaia, secondo gli usi del tempo ogni dimora signorile disponeva di un locale dove riparare nei lunghi inverni le piante di agrumi.
Ristrutturata da poco, all’interno è stata lasciata la pianta di gelsomino che si inerpica fino al soffitto, serve per mantenere il calore durante l’inverno: “I vecchi possedevano la vera conoscenza”, considera Martina.
Un’occhiata anche qui, tutto in ordine.
D’improvviso il sole pigro del pomeriggio viene offuscato da un velo di nuvole, cambia il colore dell’atmosfera, la facciata della costruzione perde il tono caldo e rassicurante e si fa più fredda, quasi distante.
Martina guarda il cielo e si dirige verso l’uscita del giardino.
I suoi passi scricchiolano sul ghiaino, quasi un accompagnamento musicale, ritmico.
D’un tratto dietro a lei altri passi, in sincronia; quando lei si ferma anche gli “altri” passi si fermano, quando lei cammina anche gli “altri” camminano.
Un senso di inquietudine, un brivido lungo la schiena, ancora qualche passo, ancora “altri” passi.
Che fare: voltarsi….. fuggire?
Immediatamente si volta, guarda dietro a se….
“Poldo, ma che fai qui?”.
Poldo la guarda con il suo sguardo migliore, umido e fiducioso, agitando vigorosamente la coda.
“Mi hai messo paura, ma in effetti pesi quasi quanto una persona, caro il mio morbidoso San Bernardo, quando ti muovi fai lo stesso rumore di un umano!” lo rimprovera allegramente Martina.
Suo marito gli ha aperto il recinto dove viene ospitato durante il giorno prima del solito, non era preparata ad averla già lì.
Proseguono insieme verso l’uscita, imboccando il breve vialetto che porta alla parte laterale del complesso, dove si trova l’abitazione del custode.
Entra in casa, non c‘è nessuno.
In effetti la villa e le pertinenze sono molto estese, lei e il marito ogni tanto ci si perdono.
Decide quindi di passare a cercarlo nella cantina.
La grande porta scorrevole è accostata, ma non completamente chiusa.
Ecco le grandi botti moderne, metalliche, fredde, sembrano menhir impassibili, indecifrabili.
Avanza tra le bottiglie perfettamente allineate, le confezioni già pronte per la vendita, arriva fino alla parte più vecchia della cantina dove si trovano le botti più tradizionali, in legno, frutto del lavoro e dell’ingegno degli artigiani bottai del passato.
Nessuno.
La cantina è un posto che le piace per la quiete che si respira, ma al tempo stesso non sempre è rilassante; tra le botti infatti si susseguono angoli nascosti, nella penombra anche in pieno giorno, anse di insicurezza nella sicurezza del riposo della vendemmia. Sulle pareti si proiettano ombre strane, le finestre metà schermate non rimandano luce sincera e poi ormai siamo al tramonto, quello che si distingue di giorno sta diventando sempre meno decifrabile.
Chiude frettolosamente la porta della cantina, raggiunge la barchessa per l’ultimo giro di controllo dei locali, sale la scala ornata da una ringhiera in ferro ed entra nella grande sala delle feste.
Come tutti gli spazi adibiti ad ospitare tante persone, nei momenti in cui sono vuoti il silenzio che ammanta il locale ha un che di inquietante.
Un corpo con l’anima in sospeso, in attesa di ricongiungersi.
Le sedie sono coperte da fodere bianche, come tanti piccoli fantasmi pronti ad animarsi da un momento all’altro.
Torna indietro, sul pianerottolo delle scale guarda a sinistra il lungo appendino con tutte le grucce allineate.
Un movimento impercettibile, una gruccia sta lievemente dondolando… Martina ha un sussulto, sta per scendere di corsa ma poi pensa che, come al solito, suo marito ha lasciato aperta la finestra dell’ultimo bagno, in fondo e la corrente d’aria ha provocato il dondolio che l’ha spaventata.
Chiude la finestra, chiude la porta della barchessa, ritorna verso casa.
Poldo è sulla soglia di casa, la sta aspettando e inizia a farle le feste.
“Tutto interesse, per le crocchette vero?”, dice Martina dandole alcune grattatine sul testone.
Inizia a preparare la cena, apparecchia, accende il televisore.
Si sente il calpestio del ghiaino, arriva anche il marito.
Ora è tutto normale, tutto tranquillo, la solita serata, nella villa incantata che, ogni tanto, sembra voler far dispetti per ricordare che sì, lei ha un’anima che resiste nel tempo.


Tecla Pontoni

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IL PITTORE INVISIBILE - GAUDINO Ambra

Quando arriva la sera
e il cielo diventa arancione,
io mi fermo ad ammirarlo
e immagino il pittore invisibile
che lo dipinge.
Dove prende i colori così appariscenti?
Come saranno il suo pennello e la tavolozza
del rosso, dell’azzurro e del viola?
Rimane un mistero per me
e per il resto dell’Umanità.
É qui la magia e,
mentre sto a pensare,
il pittore ha tolto il quadro
per lasciare spazio all’oscurità.


Ambra Gaudino


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L'AUTUNNO E’ - DALLA COSTA Maria Zoe 

L'autunno è
un uragano
di suoni tiepidi.
Ľautunno è
un tremolio di foglie
che dolcemente cadono.
L'autunno è
un vento leggero
ma gelido dentro il suo mantello.

Maria Zoe Dalla Costa

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DEA MAMMA - CARINT Ismaele

Donna amorevole e amichevole,
Donna Gattara,
Donna di mille colori,
Donna amante dell’arte,
Donna di perle,
Donna solare,
Donna sportiva,
Donna puntualissima,
Donna cuoca,
Donna che coccola,
Donna che aiuta,
Donna con l’amore del papà,
Donna con il “Cocombero”,
Donna mamma felice.
La mia mammina.

Ismaele Carint


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COME IL SOLE A PRIMAVERA - OIAN Arianna Elisa

Per molti tumulti errando
Il cuor mio
L’alto sentimento conobbe

In principio travolgente delusione
Poi lacrime, sofferenze, dolore
Pena senza benedizione

L’alma mia compì l’ardua scelta
Via gettai la chiave
Un oscuro vuoto nel petto

All’improvviso la luce vinse
Arrivò con te
E dall’incubo mi risvegliò

Eri tu
Dal chiar capillo ed innocente sguardo
Un vasello di ragione e sentimento

Come il Sole a primavera giunsi
In una dolce danza
Tra freddo e vita

Arianna Elisa Oian


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SE TU MI AFFIANCHI -  ALI Yasmin Ahmed

Ho grande pudore.
Vorrei dire molte parole,
la mia sincera emozione.
E’ come una tempesta
quando vedo il tuo viso:
per me è un paradiso
che entra all’improvviso
e occupa il mio cuore.
E’ dentro la testa,
incanta gli occhi
e cancella i blocchi,
se tu mi affianchi.


Yasmin Ahmed Ali

(poesia inviata da Il Cairo – Egitto)


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NINFA DEL MEDITERRANEO - Abdelwahab Ibrahim Sharab

Oh Ninfa del mare mediterraneo!
Sei proprio tu o mi sbaglio?
Occhi verdi dipinti d'argento
Illuminano il mondo di notte e di giorno
Con voce d'oro gli uccelli si ribellano
Suoni di mandolino attirano il sentimento
Sono imbarazzato per tutto ciò che sento
È tutto vero oppure vivo un sogno?
Perché sono venuto da te senza volerlo?
Mi racconti storie o mi offri cocco?
Migliaia di domande su cui avrei consiglio!
Ascolta, caro bello, il mondo è troppo piccolo
Miliardi di persone con lo stesso corpo
Invece io cambio in migliaia ogni giorno
E voi la chiamate razza, uno non è diverso.
Fra le mie braccia vedrai il mondo
Andiamo più lontano in fondo al mediterraneo
Chiudi gli occhi bene, con me resti sveglio
Lasciamo questo bosco con tutto il suo offusco
La chiamano meraviglia questo genocidio
Gommoni sgonfiati, scafisti di commercio
Bambini che lottano per un vero sogno
Fuggiti da una guerra oppure dall'inferno
Spirati in un abbraccio nel primo mondo
Governi che proteggono il loro territorio
Rovesci di migranti, migliaia ogni giorno
Scatta la polemica con o contro
Ma io qui ti parlo di uno spirito sacro
Aiutare questa gente, fermare questo incendio
La vita è molto santa a Dio che è in alto
Vi ha onorati tutti, è padre di ogni corpo.

 

Abdelwahab Ibrahim Sharab

(poesia inviata da Il Cairo – Egitto)

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SLOWLY, SLOWLY, ROARS THE WIND - REDOLFI Simonetta

Slowly
Slowly
Roars the wind
Stitching some wounds
Others unstitching
But it does not erase you
It respects the memories
Lines that do not fall apart
Settled as they are
In a time
That tries in vain
To wipe you away
You remain
In spite of everything

Simonetta Redolfi


LENTAMENTE RUGGISCE IL VENTO

Piano
Piano
Ruggisce il vento
Ferite scuce
Altre ricuce
Ma non ti cancella
Rispetta i ricordi
Le linee che non crollano
Poggiate come sono
In un tempo
Che tenta
Invano
Di spazzarti via
Tu
Rimani
Nonostante tutto.

Simonetta Redolfi


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